Dalle nostre parti, d’estate

Pubblicato in Informazioni - Lunedì, 27 Febbraio 2006
di Antonio Nicoletta

Nella nostra provincia, l’avvicinarsi della bella stagione, oltre che dalla comparsa delle rondini e dalle maniche sempre più corte delle ragazze, viene annunziata dal crescere dei mucchi di sacchetti di spazzatura in tutti gli spazi adiacenti le strade che portano alle campagne o alle spiagge dove più si concentra la presenza di villette o di seconde case per l’estate.

Andare in queste contrade, significa incontrare e trovare come biglietti di presentazione mucchi di spazzatura, vecchi elettrodomestici in disuso, materassi e resti di mobilio buttati ai bordi delle strade o negli slarghi adiacenti dove costituiscono ricettacoli di topi, ritrovi di cani randagi, fomiti di odori (chiamiamoli così) e di batteri.

Ogni tanto, anzi sovente, alle discariche abusive realizzate con questi depositi, sulle strade comunali e provinciali, e lasciate crescere per molto, troppo tempo, si aggiungono punteggiature di sacchetti sparsi sui bordi o addirittura sul piano stradale, lanciati dalle macchine da gentiluomini e gentildonne che non hanno certamente il tempo di fermarsi e conferire, come è giusto fare, il loro deposito ai cassonetti oramai disposti ovunque, anche in periferia.

Alcuni arrivano alla sofisticazione di non lanciare nemmeno il sacchetto; forti delle loro conoscenze di fisica, meno di civiltà e buona educazione, posano il prezioso fardello sulla cappotta o sul cofano di modo che alla prima curva, la forza centrifuga provvede a lanciarlo. Non importa se cade nel mezzo della strada, creando attrattiva per cani e gatti con conseguente pericolo di scontri con detti animali.

Quello che turba è che mediamente i proprietari di queste case sono appartenenti ad una certa borghesia costituita da impiegati, commercianti, imprenditori, insegnanti, per cui certe azioni non possono nemmeno essere interpretati come risultato di ignoranza o a non saper vivere, ma solo ad alta dose di inciviltà e disprezzo per gli altri.

Non voglio fare la parte di chi per lui l’erba del vicino è sempre più verde, e senza fare paragoni con < ?xml:namespace prefix = st1 ns = “urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags” />la Svizzera o con l’Italia a nord di Roma, dove di questi spettacoli non ne ho mai visti, e ciò per la mia indole meridionalistica è un ulteriore motivo di sofferenza, dovendo frequentare per lavoro e per diletto la vicina provincia di Ragusa (che è anch’essa situata nel profondo sud), mi viene l’invidia nell’osservare il lindore del territorio, e nella parte contigua alla nostra, Pozzallo, Ispica, Modica, Scicli, per citare solo alcune città, la presenza anarchica e diffusa di spazzatura non esiste. Eppure, da queste ci separano pochi chilometri e molto, diciamo così, buon senso e buona amministrazione. Peccato!

Antonio Nicoletta

 

24/02/2006

Un racconto

Pubblicato in Racconti - Martedì, 14 Febbraio 2006
di Antonio Nicoletta

Giorgio d’a luna

Il castello, nell’immediato dopoguerra, era diventato rifugio di molti senza tetto, gente privata della propria abitazione dai bombardamenti che avevano infierito sulla città durante la guerra da poco conclusa e di sfollati provenienti anche da paesi vicini alla ricerca di una nuova vita, dopo i travagli e gli orrori della guerra. C’era chi s’era sistemato al suo interno, nei vari anfratti e in alcune baracche che fino a qualche tempo prima erano stati gli alloggi dei soldati del presidio. Era abitata anche una delle torri, quella detta “comandante” e vi si accedeva da una posterla che si apriva alla base. Non solo, tante famiglie alloggiavano in modo alquanto precario e disagiato all’interno della palestra del Liceo, in piccoli spazi ricavati e delineati da pareti di tavole e cartoni,che contenevano pochi, essenziali mobili. Altri avevano trovato rifugio in quella che fu una cabina elettrica, dismessa ormai da molto tempo e situata nei pressi dell’ ospedale, diruta già prima della guerra e mancante del tetto; quest’ ultimo era stato ricostruito con mezzi di fortuna.

Nel castello abitava fra gli altri un tale Giorgio, che noi chiamavamo Giorgio “du casteddu” o Giorgio “d’a luna” poiché si diceva che soffrisse del mal di luna. Probabilmente era solo (per modo di dire) epilettico. Era un omone, coi capelli praticamente rasati a zero, che camminava strascicando un poco i piedi. Aveva lo sguardo leggermente all’insù e leggeva il giornale tenendolo all’incontrario. Allora, nel ’48, era molto sentita la campagna elettorale ed il paese era letteralmente tappezzato di manifesti con falce e martello, scudi crociati, garibaldi che capovolti prendevano i tratti del viso di stalin, ed altri ancora. Quando Giorgio passava dalla strada che conduceva al castello, veniva spesso fermato dalle donne che gli chiedevano: “Giorgio, che dice il giornale oggi?”; e lui tenendo il giornale (l’Unità) sempre capovolto, leggeva brani di articoli o riassumeva quelli che aveva letto. Il paese all’epoca era e per lungo tempo rimase, comunista.

Addolorata era una delle figlie nella famiglia che abitava la torre, ed assolutamente non si poteva confrontare con una adolescente di oggi. Benché giovane, aveva forse sedici anni, portava i capelli avvolti in una crocchia formata da treccine raccolte sulla nuca, assolutamente senza trucco – normale in un periodo dove il sapone, già di precario uso, era diventato un oggetto misterioso.

Indossava come sua mamma e sua nonna una gonna lunga e pieghettata che denunziava assieme al suo accento la provenienza da qualche paese della montagna dell’intorno catanzarese. Oggi sarebbe stata una bella ragazza; anzi, bella lo era anche allora, solo che la pelle scura, i capelli tirati, il vestito che più che vestire copriva, la mancanza assoluta, come dicevo, di trucco e di sapone, rendeva difficile qualsivoglia attrattiva. La si poteva vedere al lavatoio che era situato poco distante dalla torre, in quello che fu il fossato del castello, in compagnia della mamma e delle sorelle, che facevano tutte le lavandaie.

Giorgio quella bellezza l’aveva notata, e non perdeva occasione di osservarla di nascosto. In quel periodo, la cortina muraria compresa fra la torre comandante e il baluardo S.Giacomo, era diroccata  e le macerie offrivano parecchi punti per appostarsi.

Gli mancava il coraggio di parlarle. E lui, che stupido non era, capiva di essere più vecchio e di non essere bello. Il suo male lo faceva guardare con sospetto dalla gente, ed a parte qualche battuta scambiata con persone occasionalmente, al passaggio, non aveva frequenze di alcuna specie, né con amici, né con parenti. Anzi parenti non ne aveva proprio e viveva svolgendo umili incombenze al seguito della “carovana della stazione”, compagnia di scaricatori dei vagoni ferroviari operante sia alla stazione sia al porto.

Giorgio viveva del pensiero di Addolorata ed era l’ultimo pensiero ad abbandonarlo, la sera. La vedeva sua sposa, mamma dei suoi figli, seduti insieme la sera, intorno al lume.

Ma non aveva il coraggio di avvicinarla; ne era intimorito, temeva un rifiuto, non voleva affrontare i fratelli che certamente avrebbero tentato, per così dire,  di dissuaderlo; non che ne avesse paura, ma non voleva avere niente a che fare con loro, notoriamente turbolenti ed inclini alla rissa.

Giorgio era brutto, era forte, era buono.

Avrebbe voluto che la vita gli facesse il regalo del bene di Addolorata.

Si macerava in questo suo desiderio e per di più veniva fatto oggetto di scherzi da parte dei compagni della carovana, che, non si sa come, avevano saputo di questo suo maceramento e non perdevano occasione per “cimentarlo” urlandogli di faticare di più e pensare meno a ‘ndolirata.

E questo non lo aiutava né lo confortava in alcun modo.

Così passavano i mesi e le stagioni. Giorgio sempre innamorato, Addolorata sempre distante, col pensiero che nemmeno la sfiorava.

Accadde poi d’un tratto che Addolorata smise di uscire. Si vedevano fuori i fratelli, la sorella, più raramente la mamma. Lei no! Ogni appostamento di Giorgio,  per molti giorni, andò deluso.

Seppe dai compagni della carovana, alcuni dei quali conoscevano i fratelli, che Addolorata era ammalata. Aveva preso la terzana, ancora diffusa in quell’immediato dopoguerra e che continuava a mietere le sue vittime assieme alla tubercolosi. Esse erano le cause più frequenti di decesso, ed una visita al cimitero testimoniava che in quegli anni i morti in giovane età erano numerosi malgrado non vi fossero ancora le vittime di incidenti stradali o di droga.

I giovani morivano soprattutto di malaria e tubercolosi. Qualcuno per scoppio accidentale di ordigni bellici.

Giorgio visse giorni spasmodici in attesa di miglioramento dell’amata; non aveva a chi chiedere; cercava di interpretare le fisionomie e gli atteggiamenti dei familiari che entravano ed uscivano dalla porta angusta della torre. Questa attesa durò fino a quando, una sera, dalla torre uscirono urla che non avevano niente di umano, e capì, capì che il chinino non aveva potuto far niente contro la malattia, che Addolorata non c’era più anche se per lui non c’era stata mai. Capì che la sua vita era finita pur’essa ora che non aveva più nessuno a cui pensare.

I suoi giorni cominciarono a scorrere lenti e monotoni, non mangiava e non dormiva. La notte usciva e girovagava sui bastioni piangendo e gridando il suo dolore.

Una notte, in cui la luna piena illuminava il cielo, lo colse una crisi della sua malattia che lo costrinse a terra, in preda a spasmi che lo facevano contorcere ed ululare, accreditando la convinzione che fosse ammalato di luna, cosa che il popolino associava all’essere lupo mannaro. Appena le convulsioni gli dettero tregua, si alzò e si mise a correre guardando in quel suo modo caratteristico il cielo, e corse, corse non accorgendosi di avvicinarsi pericolosamente al limite del muro crollato. Mise il piede su un ciuffo d’erba e scivolò battendo più volte la testa ed il corpo sulle pietre del masso che poggiava in maniera sbilenca sul terrapieno. Anche lui finì sul terrapieno, col sangue che bagnava i ciuffi d’erba e le pietre e che la luce della luna faceva brillare. Stette lì immobile, con lo sguardo che oramai non vedeva rivolto all’insù, con l’espressione serena di chi aveva capito che oramai il ricordo di Addolorata era finito e cominciava la speranza, anzi la certezza di incontrarla, là, dove erano tutti belli e dove non esistevano malattie, dove avrebbe potuto parlarle e dove avrebbe avuto la possibilità di cominciare con lei quella vita tanto sognata e che ora era possibile sperare.

Giorgio morì, così come aveva vissuto, all’ombra del castello, sua casa e suo inferno. Aveva sul viso il sorriso beato di chi ha ormai raggiunto la pace.

 

a.n. 18/11/2005

ieri

Pubblicato in Attualità - Martedì, 14 Febbraio 2006
di Antonio Nicoletta

Qualche giorno fa, all’Incudine, Berlusconi, nel contesto di una risposta sulla nuova povertà percepita, citò fra i nuovi bisogni di una famiglia media italiana, i telefonini e le conseguenti spese, aggiungendo che se poi uno dei figli, o tutti e due, avevano l’innamorato, il conto dei messaggini sarebbe levitato. L’ineffabile Barenghi, con un sorriso da gatto silvestro gli chiese se con questo voleva dire che la causa dell’impoverimento dell’italia fosse da attribuire ai messaggini fra innamorati. Una battuta di dubbio gusto e coerente coi modi di far dialettica della più profonda sinistra.

Io credo che senza questa interruzione il primo ministro avrebbe accennato che da dieci anni a questa parte le famiglie medio borghesi italiane oltre ai telefonini hanno maturato altri “bisogni�: internet e tutto ciò che gira intorno, computer, stampanti, programmi, cartucce, carta, modem, abbonamenti telefonici; video giochi, stazione, dvd; decoder satellitare con uno o più pacchetti di programmi; lettore dvd e conseguenti dischetti in noleggio o acquisto; e se per i genitori poco è variato, certamente i figli più grandicelli ogni mese vanno almeno due volte in pizzeria; i viaggi che non sono più per salute, matrimoni o comunque per bisogno, e sempre più all’estero; il livello dell’auto, i prodotti per bellezza etc, emungono dalle famiglie tanto, che a ragione si può dire: “dieci anni fa, con uno stipendio più basso potevo mettere qualcosa da parte. Ora…�. E non si tiene conto dell’Euro passato come potere d’acquisto a 1000 Lire, mentre lo stipendio rimane quello che era, ricalcolato nella nuova moneta.

Saluti

Antonio Nicoletta

Le prime letture: i fumetti

Pubblicato in Informazioni - Lunedì, 13 Febbraio 2006
di Antonio Nicoletta

 

Era il novembre 2001 quando la moglie del Presidente della Repubblica, signora Franca consigliò ai ragazzi italiani di leggere invece “che stare davanti a quella televisione deficiente.”
(continua…)

Un benvenuto ad Antonio nel mondo del Web

Pubblicato in Attualità - Domenica, 12 Febbraio 2006
di Amministratore

Anche Antonio adesso ha il suo Web!
Una persona come lui non poteva rinunciare ad esprimere le proprie opinioni in tempo reale e così … inauguriamo il blog!

Che sia ricco e sereno! Pieno di arguzia e di satira, ma anche umano e confidenziale, con i ricordi di una vita che ti ha plasmato e fatto divenire quello che sei

emoticon

23 queries. 0.154 seconds.
Powered by Wordpress