Il mio ultimo libro

Pubblicato in Informazioni - Venerdì, 30 Giugno 2006
di Antonio Nicoletta

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Ero bambino nel ‘47

                           

Il novecento è cominciato sotto il segno della fame ed è finito con le prescrizioni dei dietologi per dimagrire. C’era una volta il pane e la polenta, la minestra – molto brodosa – e il riso riscaldato che si appiccicava alla padella. Se la massaia uccideva una gallina per portarla in tavola era perché la gallina stava male (e tanto valeva approfittarne) o perché stava male qualcuno in casa (e occorreva nutrirlo un po’ meglio del solito). Per almeno cinquant’anni, si è dovuto tribulare per coniugare il pranzo con la cena. Gesù Bambino, a Natale, portava un mandarino ed era festa per tutto il giorno perché quel succo – un po’ dolce e un po’ acido – dava il sapore di una ricorrenza da tenere a memoria.
Ma i secondi cinquant’anni, dopo le guerre e il primo periodo della ricostruzione, hanno imbandito le tavole con cibi sempre più ricchi e abbondanti che la gente è stata costretta a misurarne il peso e le calorie. Al posto dei grassi, un “beverone” da comprare in farmacia in sostituzione del pranzo. Al posto dei dolci, una barretta – sempre da comprare in farmacia – che dà soltanto il gusto del cioccolato, senza quella mole di carboidrati che gonfiano lo stomaco e appesantiscono la pancia.
Sarà per questo che le nostre nonne, distrutte dalla fatica nei campi, si ritrovavano con la schiena piegata in due e, a trent’anni, ne dimostravano sessanta. Grembiule nero, fazzoletto in testa, capelli ingrigiti prima del tempo, calze di lana, scarpe robuste e una quantità di figli da mantenere. Adesso, basta un lifting ben fatto e signore, di per sé attempate oltre i sessant’anni, ne dimostrano trenta. Hanno ancora voglia di viaggiare, la pretesa di conoscere gente nuova e l’intraprendenza di fidanzarsi. In fondo, con le nuove tecniche ginecologiche, un banale intervento medico è nelle condizioni di restituire il gusto della maternità a chi ha abbondantemente oltrepassato la menopausa.
Un secolo: due civiltà?
L’acqua tirata dal pozzo e i panni lavati nel fiume. I pantaloni alla zuava e la giacca con la martingala. La camicia da notte per l’uomo e il busto per la donna. La legna da accatastare - con parsimonia – nella stufa e lo scaldino da portarsi nel letto per intiepidire le lenzuola. Il calamaio, il pennino e l’inchiostro.
Preistoria? Eppure eravano noi.
Le case sono diventate una piccola centrale elettrica con bottoni che mettono in funzione la lavastoviglie, la saracinesca del garage, il sistema anti-furto. Gli uomini vogliono le camicie con il colletto a punta che, l’anno dopo, si squadra e, l’anno dopo ancora, si appiattisce sui “botton down”. Le donne accorciano le gonne e, qualche volta, sembra che, sopra le gambe, portino una specie di mantovana. Splendide - a volte - ancorchè spericolate.
I problemi energetici e la rincorsa al rialzo del prezzo del petrolio sembrano problemi per il resto del mondo: i termosifoni non si danno tregua e, nelle case, propongono una primavera perenne.
I ragazzi non sanno più scrivere: gli sms, lanciati dai telefoni cellulari, hanno imposto un nuovo linguaggio sincopato e tumefatto, efficace quanto a capacità espressiva ma arido nella forma e poco praticabile oltre i confini della gioventù.
Chi ha giocato con i soldatini di stagno vede i figli che scatenano catastrofi virtuali, digitando su palmari larghi una spanna.
E le stesse persone, in grado di ricordare i preparativi dei nonni che erano costretti a organizzare con largo anticipo un “viaggio” per andare a pregare al santuario di Boca, di Varallo o di Caravaggio, sono certi che i figli non avranno difficoltà a programmare una “scappata” nell’universo per visitare la Luna o spingersi su Marte.
Sta tutto in un secolo – un centinaio d’anni – ma attraversato dalla velocità della luce.
Lorenzo Del Boca - Presidente  Nazionale Ordine dei Giornalisti
Ho vissuto la mia fanciullezza in quasi equa distanza fra quella di Antonio Nicoletta  e quella di un bambino dei giorni nostri. Non avevo il telefonino, avevo però la televisione. Carosello scandiva gli ultimi minuti di studio prima di cena e l’andata a letto.
Il formaggino a cioccolata si era già trasformato nella Nutella, il pezzo di pane con un filo di miele, di olio o di marmellata aveva cominciato a cedere il passo alle merendine.
Le macchine erano entrate nella nostra quotidianità e per quanto non molto diffuse, erano però già possedute da molte famiglie.
Ho potuto godere del possesso di giocattoli anche se ancora il miglior giocattolo era la nostra fantasia che inventava giochi e racconti.
Ho colto però quanto difficile doveva essere la via di un bambino nell’immediato dopoguerra. Ed in questo ho avuto un puntuale riscontro dai racconti dei miei genitori.
Mi è piaciuta molto la descrizione della vita sociale, dei giochi, delle scuole, della vita in famiglia di un bambino che si affacciava alla vita fra le rovine ed i disagi ereditati dalla guerra rivoluzionaria del 1939-45, tanto che con lui ho voluto condividere i suoi moti d’animo, contribuendo a tramandare con questo libro i desideri, i sogni, le speranze nel futuro di un bambino del ’47.
Alessandro Pagano - Assessore alla Regione Sicilia ai Beni Culturali, Ambientali ed alla Pubblica Istruzione 
 


Ciao Antonio
leggendo "ero bambino" si ritorna agli anni belli della spensieratezza. Quante cose ritornano in mente,belle e quasi belle(come le "mazziate"prese per essere andato a Messina,in barca,a sentire un comizio di Rodolfo Graziani). La descrizione e le stramberie di Pasqualuzzu ‘u muntunu hanno risvegliato in me il ricordo di un uomo che chiamavamo "settigiacchi".
Il nome derivava dal fatto che andava in giro con addosso più pantaloni e più giacche, ed anche lui si mangiava i ficarazzi senza sbucciarli, dava solo una pulita con le mani.
E poi…….’u flit…i pirocchi….i vari segnali di lutto….i vari giochi con le monete…..a rrumbula o pirrocciulu…….mi hai fatto ritornare indietro nel tempo.
Complimenti e grazie di cuore
un abbraccio
Benito Sganga - mio apprezzato consuocero

Carissimo Antonio,
approfitto della giornata di riposo, ospite di mio cognato e di mia sorella, per ringraziarti degli auguri pervenutimi il 9/12 u.s. e ricambiare con la stessa sincera affettuosità (vedi in allegato l’alberello di Natale che graziosamente contiene i pensieri che rivolgo ai miei amici più cari) di una persona meritevole della mia più alta stima e simpatia, quale sei.
    Colgo l’occasione del voto augurale per esternarti il mio giudizio spassionato, come se fossi il tuo vecchio compagno di banco a Crotone, riguardo al tuo lavoro di narrativa: "Nel ‘47 quando ero bambino", che ho letto tutto d’un fiato, sia per una sorta di curiosità che il lavoro suscita ad un "demologo" molto attento alle antiche tradizioni che vanno diradandosi sfortunatamente nel tempo per la meschina indifferenza delle nuove generazioni, e sia per uno sconcertante accostamento a quello che fu il primo lavoro di Leonardo Sciascia, mio insostituibile modello di componimento e d’interpretazione in campo letterario, e che costituì la triade perfetta dei più valenti, se non addirittura in senso assoluto, rappresentanti della Sicilia, insieme a Bufalino e a Vincenzo Consolo, unico superstite dei tre grandi pilastri della letteratura moderna, di vasta eco europea e transoceanica.
    Fin dalle prime pagine, l’impatto ti smarrisce. Non percorri subito il corridoio dell’interpretazione, se trattasi, cioé, di un diario dei bei ricordi del passato o una confessione all’agro-dolce della crescita di un individuo, che dapprima abbozza e poi prende conoscenza e coscienza delle proprie idee e delle conseguenti azioni che lo condurranno, di passo in passo, verso la strada del suo avvenire, del suo futuro, e via via… fino alla fine!
    Io, invece, ho trovato "intuitivamente" una grande, grandissima, incolmabile nostalgia, e non intendo quella nostalgia di un tempo passato, ma di una "nostalgia presente", alimentata costantemente dai ricordi del passato che si susseguono nella mente in maniera ossessiva, martellante, che non lascia spazio ad altri "idonei adattamenti". Nulla è paragonabile alle visioni e ai sapori di quei luoghi e di quei tempi. (E qui la nostalgia ossessiva e patologica di Nicoletta va a braccetto con quella di Leonardo Sciascia, dove in "Le parrocchie di Regalpetra" si richiama ripetutamente e morbosamente alla sua terra d’origine, - Racalmuto, un fazzoletto di terra nell’agrigentino -  un paesino di miseria e di miniere di zolfo, dal futuro sempre incerto, che giudica la parte più bella del mondo.)
    Il lavoro desta particolare interesse per chi è un appassionato – come dicevo innanzi - delle tradizioni popolari, dove la conoscenza dei costumi di un’epoca passata è viva e sentita, potendovi spaziare con ampio respiro, e ritrovando nella "vita semplice" di quel tempo una serenità d’animo da un canto ed una maggiore riluttanza al modernismo ed allo sfrenato consumismo dall’altro canto. Il Pitrè o il Salomone Marino avrebbero preso certamente spunto da queste conoscenze locali che Antonio Nicoletta così generosamente ci offre. Credo, comunque, che il lavoro debba essere ancora
ampliato con nuovi elementi, che non mancheranno di certo nel vasto bagaglio dei ricordi del suo Autore, intervallati da fatterelli vissuti, che sono stimolanti per il lettore, sempre a caccia di notiziole "piacevoli o piccanti".
    E per ritornare a Sciascia, per esempio, in: "La Sicilia come metafora" parla di un amore fanciullesco per una ragazzina bionda, che non andò oltre agli sguardi innocenti, e che non rivide più per quarant’anni. E che aggiunge, quasi in chiave poetica: "O che non volli più rivedere, perché il ricordo [che non svanisce immutabilmente nel tempo] è sempre più bello della realtà [che sbiadisce]".
    L’ho notato, nella rilettura attenta che ho fatto, e che ti confermo pure adesso, che il lavoro "reclama" un ulteriore e maggiore sviluppo, mescolando un po di tutto senza una schematica programmazione che, più che liberare, imprigiona una tua realizzazione più felice e meglio accolta da un pubblico di lettori non specialisti in campo demonologico o poco avvezzi a coltivare la materia cerebrale con l’inseminazione di best-seller passati o presenti, che cercano esclusivamente ed egoisticamente la propria goduria.  Per quel che ti dico, - non scordare la premessa - il tuo vecchio e sincero compagno di banco delle elementari a Crotone, e voglio solamente suggerirti la giusta via in quest’epoca di "perdizione" dove trovi ai primi posti di vendita nelle librerie solamente gli "scemenziari" di quel cantante analfabeta o di quell’altro volgare cabarettista di Zelig.
Loro fanno cassetta e noi solamente bile!
    Il tempo così corre, purtroppo! "Il grande fratello", "L’isola dei famosi", "Reality show" e la "massa degli scemi" che seguono.
   "Semu tutti malati!" questo è il titolo che ho dato al mio ultimo lavoro teatrale, che a breve sarà inserito su Internet, perché tutti sappiano che ci sono tanti mali, troppi mali che ci hanno colpiti in maniera seria e irreversibile, e di cui la medicina ancora non se n’è interessata, come ad esempio: l’arroganza, la presunzione, l’invidia, la prepotenza, l’egoismo, l’indifferenza e… centinaia di altri ancora.
    Per quanto riguarda la poesia, ho trovato un Antonio Nicoletta totalmente diverso dall’autore di narrativa. Per le composizioni poetiche, senza nulla aggiungere, solamente ti dico: "Hai già perduto troppo tempo a pubblicarle!"
     Un affettuoso e fraterno abbraccio ad un "personaggio" non contaminato ancora dai mali del tempo, ed un voto augurale a tutta la famiglia.

Lillo Pinnavaia da Palermo - Poeta, saggista, scrittore, conferenziere, commediografo e avvocato.

Gentilissimo dottore,
il suo affresco "du temps perdu" e le poesie mi hanno preso in modo talmente piacevole che ho fatto le 3 di notte per leggere tutto!
Sinceramente ho trovato molto bella sia la prosa, ricca di echi umani e con un ritmo che riproduce quello più a misura umana del tempo passato, con le belle citazioni (anche finali), sia le poesie, a volte delicate e sinteticamente liriche come haiku.
Entrambe assumono il valore di sapienti costellazioni sonore, di luminose quanto pudiche e trepidanti suggestioni evocative, di bozzoli di lontane luminescenze, di preziosi scorci segreti, di lucidi filamenti esistenziali.

Rino Tripodi direttore responsabile di www.lucidamente.com

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Così siamo riusciti da bambini a sopravvivere… E molto felicemente

di CESARE LANZA

Mi è arrivata questa email con una decina di firme: "Se eri un bambino negli anni ‘50, ‘60 e ‘70 … come hai fatto a sopravvivere?
1. Da bambini andavamo in auto che non avevano cinture di sicurezza né airbag…
2. Viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto era una passeggiata speciale e ancora ne serbiamo il ricordo.
3. Le nostre culle erano dipinte con colori vivacissimi, con pitture a base di piombo.
 4. Non avevamo chiusure di  sicurezza per i bambini nelle confezioni dei medicinali, nei bagni, alle porte.
5. Quando andavamo in bicicletta  non portavamo il casco.
6. Bevevamo l’acqua dal tubo del giardino, invece che dalla bottiglia dell’acqua minerale…
7. Trascorrevamo ore ed ore costruendoci carretti a rotelle ed i fortunati che avevano strade in discesa  si lanciavano e, a metà corsa, ricordavano di non avere freni . Dopo vari scontri contro i cespugli, imparammo a  risolvere il problema. Si, noi ci scontravamo con cespugli, non con auto!
8. Uscivamo a giocare e l’unico obbligo era quello di rientrare prima del tramonto.
9. La scuola durava fino a mezzogiorno, arrivavamo a casa per pranzo, non avevamo cellulari… cosicché nessuno poteva rintracciarci.
10. Ci tagliavamo, ci rompevamo un osso,  perdevamo un dente, ma non c’era alcuna denuncia per questi incidenti. La colpa non era di nessuno, se non di noi  stessi.
11. Mangiavamo biscotti, pane e burro, bevevamo bibite zuccherate e non avevamo mai problemi di soprappeso, perché stavamo sempre in giro a giocare…
12. Condividevamo una bibita in quattro… bevendo dalla stessa bottiglia e nessuno moriva per questo.
13. Non avevamo Playstation, Nintendo 64, X box, Videogiochi,televisione via cavo con 99 canali , videoregistratori , dolby surround , cellulari personali , computers , chat-room  su Internet … Invece avevamo amici!
Sottoscrivo.
Ho pubblicato una lettera, alcuni giorni fa, che evocava l’infanzia (povera, semplice, ma forse piu felice rispetto a oggi) di chi e stato bambino cinquanta o sessanta anni fa… L’argomento e piaciuto. Ecco nuovi contributi.
I. Uscivamo, montavamo in bicicletta o camminavamo fino a casa dell’amico, suonavamo il campanello, addirittura entravamo senza bussare e lui era lì e uscivamo a giocare. 2. Sì, là fuori!, nel mondo crudele! Senza un guardiano! Come abbiamo fatto?Facevamo giochi con bastoni e palline da tennis , si formavano squadre per giocare una partita, non tutti venivano scelti per giocare e gli scartati non subivano alcuna delusione che si trasformasse in "trauma".
3. Alcuni studenti non erano brillanti come altri e quando perdevano un anno lo ripetevano. Nessuno andava dallo psicologo, dallo psicopedagogo, nessuno soffriva di dislessia né di problemi di attenzione né di iperattivita… Semplicemente ripeteva l’anno ed aveva una seconda opportunità.
4. Avevamo libertà , fallimenti , successi , responsabilità … ed imparavamo a gestirli."
Altre considerazioni, da parte del lettore Antonio Nicoletta:
"I. Non avevamo giocattoli, molto spesso ce li inventavamo o ce li costruivamo utilizzando pezzi di legno, di spago, di stoffa o i tappi delle bottiglie di birra.
2. I giochi erano di gruppo e di fantasia; molte volte c’inventavamo anche questi, pur essendoci gia un grandissimo repertorio ormai quasi del tutto dimenticato.
3. Nei cinema, dove sostavamo molte ore, il fumo non era vietato, si fumava a più non posso, ma siamo sopravvissuti al fumo passivo.
4. Guai a ritornare a casa piangendo perché. un professore ci aveva rimproverato o picchiato (succedeva): uno dei genitori ci avrebbe dato il resto poiché la sua convinzione era che il professore non sbagliava e il torto era nostro.
5. La nostra cultura molte volte iniziava e progrediva con la lettura dei fumetti, allora molto più educativi e non violenti rispetto a quelli che vennero in seguito, o a certa televisione. Come abbiamo fatto a sopravvivere? O è solo nostalgia della nostra fanciullezza?

Cesare Lanza - giornalista e scrittore

Bée, 13 – 8 – o6

 

 

Caro Antonio,

 

ho ricevuto il tuo bellissimo libro e l’ho letto tutto di un fiato. Grazie !

 

Si tratta davvero, nella sostanza, di un prezioso “piccolo baule in soffitta…”

 

Ti faccio i miei complimenti.-

 

Nei suoi capitoli vi si trova, intatta tutta la nostra infanzia, la nostra eroica speranza… I giochi, la fantasia, la creatività, il gusto, il mistero di un tempo che sembra lontano e che si è, al contrario, defilato appena ieri…..

 

Mi sono particolarmente piaciute le descrizioni, dei luoghi, dei negozi, delle case, delle persone, dei cibi, dei vestiti, delle luci e delle ombre del tuo mondo bambino, tanto simile al mio! – Che nostalgia mi ha fatto provare….

 

Poi, leggendo, ho rivisto Crotone ed ho cercato di figurarmela com’era allora. – La mia mente si è così cimentata nel volo ed è corsa incontro ad una plaga di sitazioni mai dimenticate.-

 

Dalle tue immagini emerge il fanciullo che ti è cresciuto dentro, e la grande sensibilità che ti ha condotto per mano fno ad oggi.

 

Mille, mille complimenti.

 

Non si prova malinconia con te, me si percepisce invece l’incanto e la magia che spesso incatenano a vita chi non è mai riuscito a “guarire”dai suoi primissimi anni.- Chi, anzi, questi li ha consacrati e messi in cornice.- Credo che tutti si possano ritrovare nelle tue pagine, solo che siano rimasti dei puri di cuore.

 

Come vedi, ha fatto suonare le corde della mia commozione.

 

Se appena appena tu potessi udire la musica che, ancora adesso, mi illanguidisce….

 

Grazie, Antonio.-

 

Un caro affettuosissimo abbraccio.

 

 

Giovanna

 

 

 

Giovanna Colonna dei principi di Stigliano, scrittrice e poeta.

 

 

 

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Quello di Nicoletta è un frammento di memoria, una scheggia di un passato che sempre più oggi viene avvertito come migliore dell’incerto, violento, vuoto presente, per di più privo di quella semplicità e fantasia che riscontriamo nella rievocazione dello scrittore. “Sazi e infelici” i bambini di oggi, così come gli adulti? Probabilmente, sì.
Il testo dello scrittore ruota attorno all’io narrante e ad alcune “isole” del passato fra cui: la bicicletta, la straordinaria gita in auto, i giochi inventati, il cinema. Un retroterra quasi “proustiano”, che abbiamo incontrato anche nell’opera di molti registi.
È presente ironia ed estrema sensibilità, come quando viene ricordata l’emozione del ragazzino nel corso del primo percorso in macchina.
Una rievocazione dolce e affascinante, che sa riproiettarci in quella deliziosa atmosfera, pure attraverso l’uso ritmico della prosa, con fasi ascendenti o discendenti degli accenti, ad indicare un uso “colto” e “poetico” del mezzo espressivo da parte dell’autore: una musica malinconica, con un sottofondo dolente. Per il presente, non per il passato. 

R.T. - Scriptamanent


Antonio Nicoletta

E’ questo un libro molto particolare.

Trattasi infatti di una raccolta di narrazioni che di primo acchito sembrano la biografia dell’autore negli anni della sua adolescenza. Invece così non è.

La nascita, il matrimonio, la morte, l’abbigliamento, le pacchiane, l’alimentazione, pane olio e zucchero, le provviste, vita di paese, le feste, il carnevale, passatempi, la spiaggia, le scuole, le alternative alle scuole, il catechismo, i giochi, i giochi stagionali, pallone e carriceddi, i giochi di guerra, giochi femminili, altri modi di giocare, filastrocche, i carri, le auto, la bicicletta, gli sfollati, il DDT, sono i temi che l’Autore propone.

Il libro è impostato in chiave autobiografica ma questo, come detto, è un semplice accorgimento, sicuramente piacevole,  che non occulta il vero motivo per cui è stato scritto. Antonio Nicoletta vuole infatti soprattutto parlare del SUD, delle sue tradizioni e dei suoi valori umani ed ambientali troppo spesso dimenticati dagli scrittori meridionali.

La semplicità narrativa, unita alla dovizia di piccoli particolari che molti di noi stentiamo a ricordare, non danno solo l’esatta fotografia dei momenti di vita descritti, ma consentono al lettore perfino di entrare dentro il racconto così da fargli percepire colori, profondità, rumori e spesso anche   i profumi e gli odori delle cose di quel tempo.. 

Soprattutto quelli che sono già sugli "anta", dopo la lettura del libro,  difficilmente non proveranno nostalgia per quel mondo ma soprattutto si rammaricheranno del fatto che le nuove generazioni non hanno avuto la stessa loro fortuna. 

Edito da Morrone Editore Siracusa- Via Sofocle, 4 - Tel. 0931/66001

 

Domenico Iannantuoni – www.adsic.it

Lode a Dio.

Pubblicato in Informazioni - Lunedì, 17 Aprile 2006
di Antonio Nicoletta

Scarrocciando fra i vari canali televisivi, mi è capitato di vedere una scena rappresentante una colonna di profughi che si trascinavano – forse in Kossovo – faticosamente, fra macchie di neve e con l’imminente pericolo di essere intercettati da qualche “squadrone della morte”.

Il terrore dipinto sui volti, la magrezza, la sporcizia, le condizioni dei vestiti, le misere cose che alcuni – certamente con immane fatica – si trascinavano dietro, mi spinse, forse per la prima volta, a fare le seguenti riflessioni:

Ho sessantacinque anni, e pur essendo nato durante la guerra, e quindi essere vissuto in periodi di ristrettezze e disagi, non ho mai sofferto la fame, mai il freddo, ho sempre avuto un tetto ed una famiglia che mi ha circondato di calore e dato sicurezza. Se forse non sono stato sempre elegante, ho potuto vestire in modo dignitoso. Non ho mai conosciuto un giorno di ospedale e non ho mai sofferto per malattie o traumi fisici.

Ho potuto, malgrado tutto studiare ed accedere, seppur con sacrifici agli alti gradi dell’istruzione. Ho avuto un buon lavoro che mi ha consentito di portare avanti, anche se monoreddito, con dignità e fuori dalle ristrettezze la famiglia, godendo anche nell’ambito del lavoro stesso di buona reputazione ed apprezzamento. Ho avuto una buona famiglia e non mi son mai dovuto vergognare o preoccupare eccessivamente per nessuno dei componenti, moglie e figlie.

Catapultato su quest’atomo di mondo sono nato nella parte giusta dello stesso ed ho potuto evitare razzismo e sfruttamento.

Ringrazio Dio di questo, e mi rammarico solo di aver preso per tanti, troppi anni, tutto questo con la tacita convinzione che tutto mi era dovuto. Solo ora capisco di essere un privilegiato che il caso, o meglio la grande mano della Misericordia e della Provvidenza, mi hanno messo in condizione di vivere così.

Lode a Dio.

Dalle nostre parti, d’estate

Pubblicato in Informazioni - Lunedì, 27 Febbraio 2006
di Antonio Nicoletta

Nella nostra provincia, l’avvicinarsi della bella stagione, oltre che dalla comparsa delle rondini e dalle maniche sempre più corte delle ragazze, viene annunziata dal crescere dei mucchi di sacchetti di spazzatura in tutti gli spazi adiacenti le strade che portano alle campagne o alle spiagge dove più si concentra la presenza di villette o di seconde case per l’estate.

Andare in queste contrade, significa incontrare e trovare come biglietti di presentazione mucchi di spazzatura, vecchi elettrodomestici in disuso, materassi e resti di mobilio buttati ai bordi delle strade o negli slarghi adiacenti dove costituiscono ricettacoli di topi, ritrovi di cani randagi, fomiti di odori (chiamiamoli così) e di batteri.

Ogni tanto, anzi sovente, alle discariche abusive realizzate con questi depositi, sulle strade comunali e provinciali, e lasciate crescere per molto, troppo tempo, si aggiungono punteggiature di sacchetti sparsi sui bordi o addirittura sul piano stradale, lanciati dalle macchine da gentiluomini e gentildonne che non hanno certamente il tempo di fermarsi e conferire, come è giusto fare, il loro deposito ai cassonetti oramai disposti ovunque, anche in periferia.

Alcuni arrivano alla sofisticazione di non lanciare nemmeno il sacchetto; forti delle loro conoscenze di fisica, meno di civiltà e buona educazione, posano il prezioso fardello sulla cappotta o sul cofano di modo che alla prima curva, la forza centrifuga provvede a lanciarlo. Non importa se cade nel mezzo della strada, creando attrattiva per cani e gatti con conseguente pericolo di scontri con detti animali.

Quello che turba è che mediamente i proprietari di queste case sono appartenenti ad una certa borghesia costituita da impiegati, commercianti, imprenditori, insegnanti, per cui certe azioni non possono nemmeno essere interpretati come risultato di ignoranza o a non saper vivere, ma solo ad alta dose di inciviltà e disprezzo per gli altri.

Non voglio fare la parte di chi per lui l’erba del vicino è sempre più verde, e senza fare paragoni con < ?xml:namespace prefix = st1 ns = “urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags” />la Svizzera o con l’Italia a nord di Roma, dove di questi spettacoli non ne ho mai visti, e ciò per la mia indole meridionalistica è un ulteriore motivo di sofferenza, dovendo frequentare per lavoro e per diletto la vicina provincia di Ragusa (che è anch’essa situata nel profondo sud), mi viene l’invidia nell’osservare il lindore del territorio, e nella parte contigua alla nostra, Pozzallo, Ispica, Modica, Scicli, per citare solo alcune città, la presenza anarchica e diffusa di spazzatura non esiste. Eppure, da queste ci separano pochi chilometri e molto, diciamo così, buon senso e buona amministrazione. Peccato!

Antonio Nicoletta

 

24/02/2006

Le prime letture: i fumetti

Pubblicato in Informazioni - Lunedì, 13 Febbraio 2006
di Antonio Nicoletta

 

Era il novembre 2001 quando la moglie del Presidente della Repubblica, signora Franca consigliò ai ragazzi italiani di leggere invece “che stare davanti a quella televisione deficiente.”
(continua…)

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